Margherita Iorio, sul filo della memoria

Margherita Iorio, sul filo della memoria

“Qualcuno molto tempo fa disse che la ragione per cui gli esseri umani sono superiori a tutte le altre creature è che sono in grado di prendere decisioni per mezzo del ragionamento, mentre gli animali si basano solamente sull’istinto. Io credo invece che per essere veramente superiori dovremmo trovare il giusto equilibrio fra istinto e ragione” (Sergio Bamabaren da Onda perfetta).
Le donne hanno occhi grandi per guardare il mondo e ali per volare con la fantasia. Ci sono donne che scavalcano le onde oppure vi si adagiano come su una bella zattera in mezzo al mare. Coscienti che possa arrivare un uragano come una piccola onda sulla quale lasciarsi cullare. In ogni caso l’elemento principale è l’acqua perchè è movimento, è un rimescolare le carte, è un passare all’altra riva, è un detergersi e andare avanti. Margherita Iorio è una donna a cui piace inventare e reinventarsi. Si è definita “OlaAnomala”…Ola é il nome del suo cane (onda in spagnolo), ora ha 10 anni e sta sempre con lei nei mercatini sia di Natale che estivi… Anomala perchè quando ha scelto questo nome, Margherita voleva dare una svolta: onda anomala, tsunami, un forte movimento…L’ acqua è la sua fonte vitale, sentendosi appunto un’ onda che va e viene, si è lasciata accompagnare da questo elemento naturale, fino a creare la propria essenza anche e soprattutto attraverso i fili della memoria. In famiglia e la maggior parte della gente che la conosce la chiama Margot. Originaria di Avella, in provincia di Avellino, vi ha vissuto fino ai trenta anni, ora ne ha quaranta e vive a Napoli. Margherita è una donna che si lascia trasportare dal corso delle cose non in maniera passiva: pur riconoscendone l’ ineluttabilità, si adagia bene sulle sponde del fiume, fiduciosa che prima o poi qualcosa di bello accadrà. Oggi nella razionalità e irrazionalità della vita, sa dare le giuste virate alla strada da percorrere. Fiuta i tempi e i modi, avverte la pioggia o il temporale in arrivo, sa quando stendere i suoi panni al sole, sa quando ritrarsi per meditare sul suo operato. Sensibile, intelligente, ironica, pacata, dolce ma anche volitiva come tutte le creative, sembra aver incarnato la solarità del Sud tirando dalla sua scatola magica i fili della sua inventiva e fantasia. Questo perché ci sono donne sospese tra cielo e terra, donne che fanno le equilibriste per sentirsi adatte al loro ruolo come un vestito cucito apposta per l’ occasione. E man mano che si cresce e le responsabilità aumentano, sono sempre più sospese tra cielo e terra, tra la loro voglia di sognare e la consapevolezza di dover restare con i piedi per terra perchè tanti sono gli impegni assunti e le responsabilità. D’ altronde il termine responsabilità deriva dal latino “respicere” che vuol dire guardare indietro con rispetto. Margherita è una che incarna questa filosofia: sa guardare il mondo che la circonda, ha rispetto delle memorie passate dalle quali ricava grandi insegnamenti, sa arrotolare e srotolare quei gomitoli di tempo e di lana per creare meraviglie per i bambini e per gli adulti. Avvolta tra i fili della memoria per il suo paese immerso nella natura incontaminata, le tradizioni, i valori che la famiglia di origine le ha lasciato in eredità, ciò che colpisce di Margherita è il voler mettersi costantemente in discussione e il volere raggiungere comunque un equilibrio fra istinto e ragione. Margherita, ricca di quella ricchezza interiore che non la abbandonerà mai e che sarà la sua roccaforte, continua a creare le sue magiche e morbide favole, arrotolando i fili della memoria come nei trailer dei film più belli da vedere tutti insieme.

Quali sono state le tue esperienze lavorative in genere?

Ho studiato Ragioneria e poi Scienze dell’educazione con l’indirizzo di educatore professionale extra-scolastico. Ho lavorato per cinque anni in un progetto di semiconvitto con minori a rischio dell’età di undici e tredici anni.

Quando nasce invece la tua passione per l’handmade?

Durante l’infanzia ho imparato a lavorare all’uncinetto, a maglia e ai ferri grazie alle mie nonne, nonna Ersilia detta ‘reggina’, (con la g raddoppiata poichè in dialetto) mi ha insegnato a lavorare ai ferri e nonna Margherita che faceva la sarta mi ha insegnato l’uncinetto e un po’ a cucire. Avevo sette anni. Posso dire che mi hanno lasciato una grossa eredità. Ho cominciato a provare molto interesse per l’uncinetto in particolare durante l’adolescenza quando ho cominciato a realizzare pizzi e centrini su ordinazione per guadagnare qualche soldino. Poi ho cominciato a fare cappelli, con le orecchie, con tre punte e modello elfo; contenitori portacose e i primi animaletti che trovai in alcuni giornali degli anni ’60/ e ’70. Ricordo l’orso e la lumaca. Facevo bracciali, collane e imparai a fare treccine col cotone colorato in un viaggio in Inghilterra a diciotto anni. Poi con altre amiche che lavoravano il “fimo” come me, partecipavo a varie feste nei paesi intorno Avella, ognuna col proprio banchetto e le proprie creazioni, soprattutto in estate. Il primo mercatino di Natale a Napoli l’ho fatto a Santa Chiara, uno dei mercati storici di Napoli. I primi anni dividevo lo stand con qualche amica poi ho smesso di lavorare come educatore e ho cominciato a dedicarmi solo ed esclusivamente all’uncinetto. L’idea è semplice: “un’arte antica fusa e confusa nelle forme e nei colori dei tempi moderni”, questa è una frase della descrizione della mia pagina facebook. Così comincia la sperimentazione di riportare dinamicità e togliere quel velo di classicità nel lavoro all’uncinetto creando forme nuove e divertenti e coloratissime.

Che cosa realizzi esattamente e con quali materiali?

Utilizzo filati di cotone di vari spessori, lana e misto lana e filato di acrilico. Realizzo cappelli misto lana, giochi per bambini in acrilico, portamonete, portachiavi, calamite e spille in cotone.

Che cosa hai creato negli ultimi anni?

Negli ultimi anni ho iniziato a creare giochi per bambini come le marionette da mano, palle e palline e una famiglia di pupazzi animali ma umanizzati che ho battezzato “pupazzotto pupazzo pezzotto” perchè nato a Napoli. Ho creato così la serie “Uanema e Manc’ pa’capa” per il “Comicon” : avevo come tema anime e manga e io l’ho adattato in versione napoletana. Così ho messo un nome ad ogni pupazzotto, napoletano ovviamente, quindi il gatto Ciruzzo, il cane Roccocò, la papera Nanninella, il cervo Lucariello, il panda Pasquale, il coniglio Gaetano, il polipo Ciccio, l’orso Peppino, il tigrotto Totore…e ce ne sono ancora altri…ah la tartaruga con il doppio nome Chian Chian (in napoletano piano piano) ma che si pronuncia alla cinese “cian cian”! L’ ultimo nato è Gennarino l’ippopotamo. E gli animali hanno ispirato borsellini, che chiamo “bestiellini”, cappelli, portachiavi, borsette, fermacoda. mollette, coprimatita.
Due anni fa ho creato un’altra linea di borsellini e portapenne che ho chiamato “mangiaspicci” e “mangiapenne” a forma di mostri con gli occhi strani e la cerniera al posto della bocca; in quel periodo ero un po’preoccupata del futuro…così l’idea dei mostri, la paura trasformata in un qualcosa di divertente.
Ora mi sono un po’ presa una pausa…mi sto dedicando a crescere il mio bambino: Daniele mi sta dando qualche spunto nuovo su cosa creare per i neonati e bambini.

Che cosa ricordi del tuo paese dell’infanzia?

Il ricordo di Avella è strettamente legato al ricordo delle nonne…l’una sempre in mezzo alla gente e in giro per le feste di paese, la nonna materna Ersilia detta Reggina, l’altra nonna Margherita da cui prendo il nome, sempre a casa a lavorare e cucire come sarta. La maggior parte dell’infanzia e buona parte dell’adolescenza l’ho passata con loro visto che mio padre e mia madre lavoravano entrambi. Con loro insieme a mio fratello e insieme ai cugini. E come detta la vita di paese, spesso ci mettevano a fare cose di casa, a volte ci facevano cucinare : una volta la settimana facevamo gli gnocchi tutti insieme intorno al tavolo a catena di montaggio o ci insegnavano gli antichi mestieri, ricamare, lavorare ai ferri, lavorare all’uncinetto, cucire. E così durante l’infanzia ho imparato a lavorare a maglia e all’uncinetto e a cucire ma poco a ricamare…Il primo lavoro classico che ti fanno fare per imparare l’uncinetto é la presina, semplice, quadrata e a maglia bassa. Poi un’altra e un’altra ancora…Mi ricordo di una lana grigia che era avanzata da un maglione di mia nonna Margherita: era abituata al risparmio e mi raccontava del lavoro infinito per risvoltare i cappotti per farli sembrare nuovi ed era solita sfilare le maglie che essa stessa lavorava…la lana veniva fatta a matasse e veniva lavata, si lasciava asciugare e si arrotolava in gomitoli a due persone e poi la si rilavorava. Con quella lana mi fece fare un topolino e tagliò le due orecchie da un pezzo di pelle e gli ricamò il naso…

Che cosa ti ha lasciato invece il tuo lavoro di educatore?

Ho lavorato in un progetto di semiconvitto in aiuto alle famiglie socio-economicamente svantaggiate. Il lavoro consisteva nell’ andare a prendere i ragazzi a scuola più o meno lontani dalla sede dove si svolgeva il progetto tra cui pasto comunitario, recupero scolastico e laboratori. Il lavoro sommerso era quello di entrare in relazione con questi ragazzi, aiutarli a socializzare, fare lavoro di mediazione tra loro e la scuola e la scuola e la famiglia, aiutare la famiglia a gestirli…Io mi occupavo anche di organizzare alcuni laboratori come pitturare, lavorare la pasta di sale; preparavamo qualche scenografia per qualche spettacolo, qualche volta gli ho insegnato a fare l’uncinetto…è stato un lavoro molto duro, ma anche con molte soddisfazioni. Duro poichè era difficile non lasciarsi coinvolgere dal punto di vista emozionale dalle situazioni di carenza affettiva e anche carenza o disturbo delle funzioni genitoriali ma grazie al supporto delle colleghe e amiche con cui lavoravo, abbiamo avuto molti risultati positivi. Purtroppo ho dovuto mollare per il carattere di precariato dei contratti che ci facevano oltre alla mancanza di fondi per svolgere anche il minimo di attività e il tempo infinito che passava da una trance di pagamento ad un’altra. Ma è stata un’ esperienza che, oltre ad arricchirmi, mi ha solcato l’anima…

Che cosa provi nel vedere realizzata una tua creazione?

Entusiasmo, un’energia infinita che mi conduce verso il colore e la creatività.

Che cosa è per te la creatività come l’handmade?

Un modo per rendere uniche le cose che si trasformano sotto il nostro sguardo. Sono spinta dai sentimenti a creare e le mie creazioni si intrecciano con la vita stessa prendendo spunto dalla vita di tutti i giorni per creare…

Quanto le tue creazioni parlano di te e qual è il tuo filo conduttore?

Le mie creazioni parlano tanto di me. Il filo conduttore di questi ultimi anni è il gioco. Cerco di fare qualcosa che faccia giocare i piccoli e che sviluppi la loro fantasia e li aiuti a giocare nella vecchia maniera. Insomma sono un po’ contro videogiochi di nuova generazione e mode dettate dalla pubblicità…

I sentimenti che ti raccontano… Che cosa ti fa arrabbiare e che cosa ti fa sorridere?

Mi fa arrabbiare la falsità, mi fanno sorridere i cani e i bimbi e tutti gli adulti che hanno conservato un po’ di “bimbo” dentro…

Un tuo motto di vita?

Prendo a prestito il motto di Lao Tse : “Il gioco è la medicina più grande”. Questo, negli anni, è diventato anche il mio motto…

Per info: pagina facebook OlaAnomala Margot; cell: 349/ 2263890

2 pensieri riguardo “Margherita Iorio, sul filo della memoria

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