“Chissà se mia madre e mio padre provano questo, quando lavorano nell’ orto: questo piacere bambino, selvaggio, questa tentazione di affondare anche le gambe, la faccia, tutto, nella terra fresca”. ( Da Per dieci minuti di Chiara Gamberale).
Ognuno di noi ha bisogno di un luogo, un luogo nel quale appoggiarsi come una foglia che si appoggia sulla terra. Un luogo dove poter mettere radici perchè ne si respira l’ aria così intensamente che sembra appartenerti da anni e secoli. Quel luogo che una volta nato e cresciuto con te, ti appartiene come le mani, gli occhi, il respiro. E sei consapevole che ti veste a pennello e che non avresti desiderato altro. Perché si ha bisogno di identità, quella identità che si trova anche nel silenzio delle parole che solo tu sai ascoltare. Perché soltanto ascoltandoci e imparando a conoscerci, avremo il lasciapassare per mondi nuovi. “Nosce te ipsum” diceva Socrate, un modo per aprirsi al mondo se non dopo essersi addentrati in meandri e postazioni segrete del nostro io interiore. Naturalmente, poi, solo vivendo, si riusciranno a scoprire i nostri passi sul selciato. Magari all’ inizio si farà difficoltà perchè saranno un po’ in ombra, ma impareremo a conoscere anche i nostri chiaroscuri, la nostra notte e il nostro giorno. In una mistura di colori, acqua, aria, terra e fuoco. E niente e nessuno potrà sentire i nostri passi, niente e nessuno potrà affondare le mani nella terra al posto nostro. Le emozioni e le sensazioni si mescolano alla polvere che si diluisce insieme alle nostre mani e insieme al nostro sguardo. E così impareremo a scoprire che cosa c’ è oltre le fronde dei maestosi alberi, ad ascoltare la voce del vento che sussurra il suo canto e le sue profezie intorno al mare e intorno alla scogliera delle nostre memorie. E tutto sarà quel sogno poi divenuto realtà grazie al nostro intervento, alla nostra responsabilità e alla nostra volontà di affondare le mani nell’ humus, nella terra viva. E così, se riusciremo a calarci nel mistero della vita e della natura, riusciremo a percepire ciò che di bello e buono i giorni possano offrirci. E seguiremo le nostre impronte fino a quella famosa scogliera che sporge sul mare. Perché di mare si tratta, di leggende, di storia, di tradizione e di quella natura infinita che regala i suoi migliori quadri d’ autore. La storia siamo noi quando riusciremo a farla con le nostre mani, con la terra che impastiamo, con le pagine di vita che ci raccontiamo, sempre, fin da ragazzi. E la terra si cuocerà al sole e ne diventeremo un tutt’ uno e assisteremo al miracolo della natura, a quel fuoco che diventa terra e a quella terra che diventa fuoco. Andrea Alderuccio è un uomo di cinquantaquattro anni, originario di Noto, di quella città dall’ anima barocca che vanta storie e tradizioni leggendarie. Tra suggestioni, colori, suoni e le tracce antiche di quel parco archeologico a cielo aperto, si schiude in scenari affascinanti, la storia di Andrea. Una storia semplice quanto ricca di fascino e di sano protagonismo. Una storia che nasce dalla terra della sua Sicilia e diventa argilla da modellare nel tempo, nello spazio e nel luogo riversati nella fluidità dell’ esistenza. “Panta rei” diceva Eraclito e se dovessi paragonare la storia di Andrea, la definirei appunto un lento fluire di cose e di accadimenti. Andrea è sposato con Chiara, una donna che ha intuito il suo bisogno di estrinsecazione. Ha due figli: Rebecca di venti anni e Riccardo di sedici anni. Una famiglia di artisti la sua ma, senza ombra di dubbio, deve il suo spirito ritrovato e ciò che fa attualmente a suo padre. Oggi Andrea si occupa di ceramica tradizionale siciliana e ceramica raku. Suo padre Riccardo, un insegnante di storia e filosofia, è il ceppo della sua memoria storica. Con lui ha intravisto l’ orizzonte della sua vita futura perché insieme a suo padre, ha affondato le mani nel fascino e nella storia antica della sua Sicilia, ancora tutta da scoprire. Da suo padre, dunque, ha ricevuto quell’ input giusto fatto di osservazioni acute, di un confronto diretto con la natura e con la cultura del proprio territorio di appartenenza. Con suo padre, fin da ragazzo, amava passeggiare e arrivare fin sulla scogliera a sei chilometri da Noto, tra Siracusa e Portopalo. Tra un mare che evoca miti antichi. Andrea è riuscito a prendere in mano le memorie intrise di sogni e ha deciso di andare fino in fondo ai suoi passaggi interiori. Arrivando così a trovare quei coccetti di ceramica arcaica proprio lì sulla scogliera. E non può che aprirsi un mondo tra mare, storia, leggende, memorie e impronte familiari. Studiare la storia della Grecia antica e della Magna Grecia diventa per Andrea un racconto da scrivere a quattro mani. Con l’ entusiasmo che riesce a provare, sembra voler esplorare costantemente mondi nuovi… Andrea ha provato quel brivido che l’ ha avvolto dalla testa ai piedi e quando la passione chiama, bisogna seguirla perché è l’ eco della tua essenza che si traveste di materia e dell’ operato delle mani. E sono proprio le mani che cominciano a tremare e gli occhi a bruciare in quel furor vitae che non si riesce più ad arginare ma che deve uscire fuori allo scoperto. Ed è così che Andrea dopo una laurea in scienze geologiche e dopo aver esercitato la libera professione, ha seguito il suo istinto e come un cane segugio, ha odorato l’ humus della sua terra fino poi a pensare di fare qualcosa con la terra stessa. Difatti Andrea ha seguito le tracce di quei cocci antichi trovati intorno alla scogliera fino ad arrivare al suo laboratorio dove oggi si dedica alla ceramica tradizionale siciliana e alla ceramica raku. Una ceramica questa che viene fatta con una tecnica originaria dell’ estremo oriente che dà vita ad oggetti dal design e dai colori unici ed irripetibili. Intanto la sua è una riproduzione della ceramica della Noto antica rivisitata in chiave moderna, con un design e gusto tutto personale. Andrea spazia quindi dalle classiche teste di moro alle mattonelle antichizzate pur sempre richieste, ad una ceramica stilisticamente propria che si presta a varie sperimentazioni. Come, ad esempio, l’affascinante passaggio della cottura finale con riduzione in segatura di legna. Persona solida, artista atipico, dal talento raffinato, buon comunicatore, non si sa se è Andrea a scoprire la ceramica o la ceramica a scoprire Andrea. Ricerca, approfondimento, studio fanno il resto. Grande passione mista alla sperimentazione e al gusto per l’ antico che si confonde con barlumi moderni. Questo è quanto regge e anima il modus operandi di Andrea Alderuccio, un artista completo. Questo perché ha avuto il coraggio di provare a vedere quel fuoco che diventa terra e quella terra che diventa fuoco. Pensieri, ricordi, letture si cristallizzano in segni, tracce indelebili di un personalissimo percorso nella natura e nella storia della tradizione siciliana.
Raccontati tra esperienze di vita e di lavoro…
Sono un appassionato di storia ed archeologia, oggi lascio tutto e vado nel mio laboratorio sotto casa, qui lavoro la ceramica tipica siciliana e il raku. Poi che dire…ho una laurea in scienze geologiche per poi iniziare con la libera professione intramezzata alle mie passioni. Ad esempio, ho iniziato a lavorare il cuoio e la pelle, mi è sempre piaciuto sperimentare cose nuove sin da ragazzo. A mio padre devo l’ input più grande, quello di avermi condotto anche se indirettamente nel mondo della ceramica. Mio padre Riccardo era un insegnante di storia e filosofia, insieme facevamo lunghe passeggiate nella natura fino ad arrivare alla zona archeologica Di Noto Antica e fino poi alla scogliera…
Quando e come nasce la tua passione per la ceramica?
Nasce insieme a mio padre e alle nostre passeggiate nella Noto antica…Con mio grande stupore, ho iniziato a trovare coccetti di ceramica arcaica, ci sono tracce di questi frammenti ovunque e ci sono addirittura le impronte delle mani su questi coccetti…Ed è così che mi sono appassionato al mondo della ceramica, verso la fine del periodo universitario. Ho iniziato come autodidatta, agli esami di maturità portai una lezione di geografia astronomia, da qui geologia, quindi c’ è sempre stato un filo conduttore con le mie scelte professionali. Sono uno sperimentatore, ho studiato la vernice degli antichi greci, poi la maiolica, il raku, poi la riproduzione della ceramica della Noto antica…distrutta dal terremoto del 1693, l’ evento catastrofico di maggiori dimensioni che abbia colpito la Sicilia orientale in tempi storici. Le mie, intanto, sono ceramiche insolite, fanno parte della tradizione siciliana di secoli fa…che si mescola alle mie idee stilistiche.
Perché hai scelto poi la ceramica raku?
Ho fatto tantissima ceramica siciliana tradizionale dalle classiche teste di moro alle pigne alle mattonelle antichizzate. La maiolica però ha dei canoni, ti impone di utilizzare determinati materiali con un solo procedimento. A me piace molto l’ utilizzo delle materie prime ed ecco perché ho scelto il raku, perché si presta molto: le materie sono tante, le vernici puoi farle da te, puoi spaziare… Sono uno spirito libero, quindi questo modus operandi si adatta di più alla mia personalità.
Ci descrivi un pò le fasi della ceramica raku?
Utilizzo materie prime come l’argilla refrattaria e le polveri minerali per comporre gli smalti. Lavoro su ruota e tornio, modello un oggetto in maniera tridimensionale e poi calco in gesso per riprodurre più copie. Quando il pezzo è secco, viene messo a cottura, smaltato e poi cotto una seconda volta. Nella seconda cottura cambio un po’ le modalità di raffreddamento del vetro. Mentre un pezzo è incandescente lo sottopongo a shock termico e ciò procura al pezzo particolari spaccature. Togliendo l’ossigeno alle vernici, si ha un procedimento di riduzione ed il risultato varia poi a seconda dei materiali utilizzati che pongo a contatto con il pezzo: segatura, foglie o carte di giornale. Devo dire che è tutto molto sorprendente perché non si può mai immaginare fino in fondo la riuscita di un prodotto di ceramica raku.
In che modo ti influenza per la creazione la tua terra di Sicilia?
Come dicevo, ho sposato all’ inizio la tradizione della ceramica siciliana ma adesso sono per la fusione tra tradizione ed innovazione in una veste moderna di design con particolari cromatismi. Adoro riprodurre profili greci e classici, quindi continua ad esserci il collegamento con la mia terra. Mi emoziona sempre la mia terra, ho girato tutta la Sicilia, fino a fare speleologia nei parchi naturali sull’ Etna. Il contatto con la mia terra è continuo…
Che cosa realizzi?
Piatti, vasi, piastrelle, mattonelle, cucine in muratura, pannelli, lampade, bomboniere, oggetti di arredamento…
Come ti definiresti come persona e come creativo?
Mi piace avere il mio spazio e mi piace condividere quello che so fare, ho insegnato per tanti anni ai ragazzi, sono un appassionato e mi piace appassionare così come mi piace il cambiamento. Sono uno sperimentatore e nella ceramica mi esprimo. Sono una testa dura, come le mie teste di moro…- Sorride -.
Un tuo luogo del cuore?
Sono tanti i miei luoghi del cuore, mi piace molto la riserva naturale di Vendicari con tutti quei fenicotteri rosa…
Un tuo motto di vita?
Credere sempre nelle proprie idee e perseverare!
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