La bellezza di avere un cappello e alzare gli occhi al cielo, guardare tra le nuvole e chiedere all’ universo : “ Allora, come mi sta?” ( F. Caramagna)
Abbiamo bisogno di meravigliarci, di avere occhi lucidi per guardare la bellezza più da vicino. Se cerchiamo la luce, prima o poi avremo quella luce dentro che potrà accompagnarci per sempre. Perché alla fine o all’ inizio, avremo bisogno di qualcosa o qualcuno che ci accompagni. Fino poi a crearla una compagnia giusta, fino poi a crearla con le nostre mani. Come si crea un cappello. Giovanni Di Giorgio ama i cappelli e li crea nella sua terra che è la Basilicata. Parliamo di una persona di valore che ha voluto dare valore aggiunto alla sua vita e a quella degli altri. Giovanni Di Giorgio crea cappelli con le sue mani e crea sogni per sé e per gli altri. Il mondo del cappello è vasto… Un cappello bisogna amarlo prima di indossarlo. Bisogna lasciarsi ispirare come è successo al cappellaio Giovanni Di Giorgio che si è lasciato ispirare profondamente dai cappelli della famosa pellicola “Lo chiamavano Trinità” con Terence Hill e Bud Spencer. Un film straordinario con cappelli straordinari. Al nostro cappellaio piace proprio la straordinarietà delle cose. Insieme all’ artigianalità che viene ad essere una promessa d’amore ed insieme alla qualità, altrettanto una promessa di durata. Si definisce un raccontastorie Giovanni Di Giorgio perché ha davvero tanto da raccontare. Un cappello come il suo, non è il solito cappello, non è solo un cappello. Perché ci cose, manufatti che creano un ponte tra passato e futuro. Tra tradizione ed innovazione. Ci sono oggetti, accessori che rimandano ad uno stato emozionale. Un cappello è un modo per vestire le emozioni, per tramandarle, per vivere il presente, la propria storia e leggenda personale. Giovanni di Giorgio vive a Viggiano, un noto borgo della Basilicata. Profondamente legato alla sua terra, ne assorbe l’ energia con tutto l’ incanto e le suggestioni che la caratterizza. Intanto il cappellaio lucano si definisce un sognatore, un visionario, una persona fuori dagli schemi comuni. Giovanni Di Giorgio ha un lavoro ordinario per vivere e, per sognare, la straordinarietà della sua artigianalità. Un artigiano che diventa un artista perché va oltre il suo stesso sguardo. Con un cappello da vivere e sognare. Un cappello nella neve d’ inverno e un cappello pieno di ciliegie a primavera. Un cappello che riesce a seguire la stagionalità ed il ritmo del tempo e dello spazio. Un cappello che vuole lasciare un segno, lì dove traspare volontà di condivisione e cura dei dettagli, simboleggiando protezione ed identità. Un cappello che vola nel vento per andare a riprenderlo e con esso, i sogni. Tutto questo è poesia; è riuscire a vivere una vita fatta di contorni, di sfumature, profilo umano e senso artistico insieme. E Giovanni Di Giorgio presenta le giuste qualità intrinseche grazie alla sua spiccata personalità e all’ empatia, la vis emotiva che riesce a comunicare. Un ingegnoso ed appassionato sognatore oltre che persona eclettica. Doti uniche, queste, per poter creare qualcosa di unico. Lasciando un segno, un segno di luce. Un cappello, poi, protegge, contiene, accoglie, è un contenitore di idee. E da tutto ciò nasce la filosofia del brand GDG Hats, una fucina di idee da coltivare ed espandere. E si sa, ciò che facciamo è lo specchio di ciò che siamo. Giovanni Di Giorgio crea pezzi unici, non riproducibili proprio perché unici. Tutto attraverso un talento innato, un modo di essere, di porsi che viene da dentro, da un proprio, assoluto sentire. Il cappellaio Giovanni Di Giorgio è una specie rara, primo perché fare l’ artigiano oggi non è da tutti, poi perché emana fiducia e quella sorte di saggezza antica che non si trova tutti i giorni tra le persone. Crede nella terra, nelle origini, nelle radici, nel lavoro delle mani. Nella consapevolezza di dover guardare oltre, verso la bellezza, fino ad avere uno sguardo libero per guardare il mondo. Nella semplicità, nella ricchezza della terra, sporcandosi di terra… Fino ad avere un cappello pieno di sogni e meraviglia.
Raccontati tra esperienze di vita, lavoro, passioni…
Ho lavorato in giro per l’ Italia quando ero più giovane…Oggi sono un soccorritore industriale ed una guida ambientale escursionistica. Sono stato un tecnico strumentista in ambito industriale. Oggi lavoro presso il Centro Oli-Cova di Viggiano ( n.d.r. La Val d’ Agri è il polo principale con il più grande giacimento di petrolio in Europa). Sono in una squadra di emergenza per effettuare soccorsi in ambiti ostili, e lavori in quote con tecniche speciali.
Come nasce invece la tua passione per i cappelli?
Mi sono innamorato dei cappelli di Terence Hill e Bud Spencer nel film “Lo chiamavano Trinità”…Fino a quando ho visto che si potevano realizzare a mano. Ho studiato in bottega per apprendere l’ arte del cappello e poi ho iniziato a realizzare i miei primi cappelli.
Che cos’ è un cappello per te?
Mi toglie via i pensieri, ossia protegge i pensieri buoni e mi porta via i cattivi…quando ho iniziato a crearli ero in un periodo buio della mia vita.
La tua fonte di ispirazione? Come nasce un cappello?
Il cinema è la mia fonte di ispirazione: i film western, i cappelli da cowboy. Nel cappello da cowboy, c’è la tesa larga, una sorta di visiera che, quando piove, lascia defluire l’ acqua… Intanto c’ è da dire che cerco di capire prima di tutto la personalità del cliente poiché ciò che desidero è che possa sentirsi a suo agio portando il cappello scelto. Quindi alla base c’ è una ricerca, una progettualità per passare poi al materiale e far nascere un cappello.
Qual è il legame con la tua terra?
Ho un legame molto forte con la mia terra, ho girato tanto ma sono sempre stato legato alla mia terra, siamo un popolo ospitale…
Qual è il tuo modello principale di cappello?
Il classico modello “fedora” dal taglio italiano e americano.
Materiale di utilizzo?
Il feltro e… lavoro il panama con la palma toquilla, prodotto ecuadoriano del quale mi rifornisco.
Quale fase della lavorazione attira maggiormente la tua attenzione?
Quando pulisco gli scarti della rasatura con il fuoco oppure perché mi chiedono semplicemente un cappello invecchiato…trovo questo procedimento molto suggestivo ed intimo.
Prossimi progetti o sogni?
Sto collaborando con brand di un certo livello, con l’ alta moda…In un prossimo futuro si spera che i miei cappelli si trovino in qualche sfilata importante. Sto pensando ad una collezione Luxury e sto pensando anche di realizzare dei cilindri.
Come ti definiresti come persona e come artigiano?
Un cappellaio in continua fase di apprendimento e sperimentazione. Sono una persona curiosa, scrupolosa, fuori dagli schemi, talvolta irriverente.
Una tua soddisfazione sul campo?
Francesco Sarcina ha indossato un mio cappello sul palco, è stata una grande emozione, non me l’ aspettavo…
Altre passioni di vita?
Pratico alpinismo, scalo vette, sono un subacqueo…mi piacciono gli sport estremi.
I sentimenti che ti raccontano: che cosa ti fa star bene e rasserena e che cosa ti rattrista?
Il sentimento che più mi appartiene e mi rasserena è l’ empatia; mi incupisce l’ accondiscendenza che mi sa di indifferenza.
Un tuo motto di vita?
Ho diversi motti di vita alcuni dei quali li ho tatuati sulla mia pelle, ma scelgo la frase recitata nel film “ Il cappellaio matto” di Johnny Depp: “Per sopravvivere qui si dice che bisogna essere matti come un cappellaio ed io lo sono”.
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