“ L’ uomo moderno si pone al centro dell’Essere; il suo occhio misura gli spazi; la sua mente ordina le cose, la sua volontà istituisce gerarchie morali…L’ arte è lo strumento privilegiato per dare una risposta ai quesiti dell’ esistenza”( Flavio Caroli-La pittura contemporanea).
Ci sono volti in cerca di se stessi,della propria identità e ci sono volte in cui questi volti si perdono per stare dietro ai mille perché della vita. La quotidianità sembra dondolare incessantemente, come un pendolo che chiede l’orario preciso per esserci, per voler farti esprimere qualcosa in qualche modo. La vera espressione, però, è quella che parte dalla nostra interiorità e solo attraverso un viaggio in noi stessi potremo trovare delle risposte, in maniera naturale, senza vere e proprie imposizioni. Le vie di fuga come l’ arte si vanno a cercare e si trovano quando si vive in una dimensione umana, pura, non contaminata con l’ esterno, quando ci si ascolta, quando si ascolta un suono dentro di noi, si sente un contatto e una percezione di noi stessi. Ed è così che nascono i pittori e le loro opere, quando la loro voce interiore è così sentita che copre addirittura gli interrogativi, e se anche si pongono, vengono istintivamente delineati da un’ impronta, una soglia da varcare e si sciolgono soltanto attraverso un atto creativo che è pura istintualità. Un pittore davanti ad un quadro, il suo, sente che attraversa misteri racchiusi nella tela come sente la consapevolezza di giocarsi un destino in tutto quello che può esprimere. Diventa irrefrenabile la sua passione, l’intento di comunicare prima di tutto con se stesso, per creare un passaggio con gli altri spettatori. Umberto Riccelli è un pittore esordiente ma soprattutto uno che non si chiede dove e quando, un pittore a cui non importa tanto lo spazio ma il tempo. Il tempo per creare è dettato dal suo tempo interiore: questo perché vive di puro istinto, di meraviglia per meravigliare. Questo perché vede il mondo ancora con gli occhi di un bambino, quando per lui tutti i colori erano racchiusi in uno solo: il rosso. Il colore rosso gli ha restituito sempre una carica emotiva, una risposta, una visione delle cose che poi si è andata amplificando ma che è rimasta intatta come una nota caratteriale, un nome, un segno. Umberto Riccelli sembra un filosofo dei nostri tempi. Intanto porta una barba folta da sembrare un giovane filosofo non solo nell’aspetto ma anche nell’atteggiamento emotivo. Il nostro pittore si chiede alcuni perché delle cose e dell’ esistenza e si dà automaticamente delle risposte non per sentimento di superiorità ma per cura del suo essere al mondo. Tende all’ introspezione, a conoscersi fino a bruciare dentro. Consapevole della sua natura in bilico, alla ricerca perenne di equilibrio e saggezza, si nutre del pensiero, tant’è che dà importanza estrema non solo al gesto ma anche all’ atto pensante. Contorni, sfumature e venature dei suoi dipinti ricordano a tratti l’ urlo di Munch. Ritratti, volti che sembrano liquefarsi, scomparire, gallerie infuocate, occhi che escono fuori dalle orbite, tutto un po’ esasperato tra rosso, nero e venature di bianco ma anche tutto incredibilmente vero, verificato e sentito a pelle. I colori e i soggetti del pittore Riccelli piacciono perchè non pretendono di dettare leggi universali ma di essere semplicemente compresi e interpretati in maniera autentica e soggettiva. Della sua pittura dice: “Sono solito dire che mi riesce difficile spiegare o parlare dei quadri, e mi piace che gli altri vi cerchino e trovino qualcosa di sé. Uso spesso oli e smalti, degli ultimi mi piace l’esigenza del “gesto” sostenuta dall’insistere delle mani. “Le mani” (opera 2015) soddisfa l’esigenza di comunicare, sin da bambini. Gesto creativo, fisico, spezzato. Frammentato e unitario al tempo stesso, vuole essere sintesi non verbale e trasmissione inconsapevole. Il gesto, arma potente, capace di divenire totale, incancellabile, costitutivo. Talvolta forza che nasce dalla debolezza di un evento, che sia inaspettato o meno. Sia esso il suono di gesti assenti, oppure vissuti. Mentre pensavo a tutte queste cose, una sera, ricevetti una rosa. Da qui l’ opera “Rose da una zingarella” (olio su tela, 2015). Questi i nomi di due opere dove prevale il rosso, un rosso che si sfuma con il bianco, che trova un accordo musicale, che parte da un luogo per arrivare ad un altro, magari nelle mani di una persona che si può incontrare inaspettatamente. Ma anche un rosso inquietante, che grida per essere ascoltato. La sorpresa è la linfa vitale di ogni aspettativa perché non si può riprendere niente di solito che non diventi insolito, niente di prevedibile che non diventi imprevedibile. E’ questo gioco, questa chiave di lettura che piace al pittore Riccelli: trovarsi intatto davanti una tela intatta e trasformarla non secondo il suo aspetto formale quanto secondo un misterioso connubio con l’arte stessa. Quante volte si è meravigliato per primo del soggetto che riprendeva proprio perché questo si trasformava sotto i sui occhi e da un soggetto pensato veniva fuori tutt’ altro! Piace la sua natura istintiva, lungimirante per quanto contorta ed ispessita dalla realtà. Umberto Riccelli si pone in maniera garbata e generosa nei confronti dell’ambiente circostante anche se, per certi versi, appare una persona sui generis e fuori dalle righe. Per questo si lascia seguire con ammirazione e stupore. Soprattutto perché non si tradisce ed è molto simile a se stesso.
Raccontati attraverso la tua arte pittorica…
Sono un autodidatta, lavoro in maniera istintiva. Non c’è progettualità in quello che faccio, quasi mai, e la scelta tecnica viene di volta in volta.
Spesso uso smalti ed oli, forse perché in questo modo riesco a rispondere all’urgenza di aggredire la tela, affine al mio temperamento.
Non mi piace spiegare i quadri, preferisco che ognuno ci veda quello che vuole. Un monologo lo si ascolta, non gli si parla, e in esso ci si riconosce. Come con un demone, che ci rivela a noi stessi, restandosene inerme ed innocente. Il quadro è l’altro, quello che mi abita. Noi si è controfigura, filtro, e nulla più. Questo mi fa dire di non guardare ad un volto come a un inventario, ma osservatene il colore, seguitene le linee e ascoltatene il suono. Si afferra il senso grazie al suono. La stessa cosa si può fare con se stessi: cercare la sintesi bruciante, essendo noi in trasmutazione.
Hai detto che di solito ti riesce difficile parlare dei quadri e ti piace che gli altri vi cerchino qualcosa di sé: ma tu personalmente che cosa cerchi nella tua pittura?
Sapessi che cosa voglio trovare, l’avrei già cercato! Proprio il non sapere trovare mi dà la spinta per andare avanti in questo percorso artistico… Baudelaire diceva : “Mi sembra di essere felice là dove non sono…”
Intanto dai molta importanza al gesto che dici essere atto creativo, che cosa vuoi indicare con questa accezione?
Il movimento stesso con cui mi approccio alla tela è comunicazione, nonché carica inconsapevole. Penso che, senza porsi troppi progetti, venga fuori la propria persona, l’essere. In un quadro, in una mia opera pongo, dunque, un varco tra me e l’ altro che mi abita, il mio io profondo. I bambini usano i gesti per comunicare: il gesto è qualcosa di ancestrale, viene fuori spontaneamente e puramente. Fare dei progetti alle volte è vincolante mentre spesso a parlare è il nostro inconscio, l’io creativo, e la tela si fa tramite per dare una propria interpretazione.
Nei tuoi quadri si assiste ad una preponderanza di colore rosso…
Questa predisposizione al rosso risale alla mia infanzia: questo colore mi ha scelto sin da piccolo, lasciavo tutti gli altri colori e coloravo il mondo di rosso. Il rosso è un colore attraverso il quale riesco ad esprimere la mia interiorità. Mi piace evidenziare incertezze, paure, delusioni o turbamenti di questa società attraverso questo colore che è caldo, passionale, che urla, che si fa vedere e sentire.
I tuoi soggetti preferiti?
I ritratti, credo molto nei volti dei quali cerco di estremizzare l’ espressione…
Quali sono i materiali pittorici che usi solitamente?
Uso smalti, oppure olio e smalti insieme. L’olio su tela, intanto, ti dà soddisfazione, scivola fino a creare dei rilievi e a regalare maggiori suggestioni al quadro.
Che cosa è l’arte per te?
L’ arte per me è una malattia autoimmune, vive in me per se stessa. Siamo puro istinto ed intuito e andiamo incontro all’arte attraverso l’ astrazione e la sublimazione. Guai a vivere nella realtà!
Artisti in famiglia?
Mio padre era un noto pianista, i miei fratelli Giulio e Antonio sono due chitarristi rock, vivono entrambi in Inghilterra.
La tua filosofia di vita? In che cosa credi?
Credo nella ricerca interiore e scientifica. Si cerca altro dalla materia. Non credo nella religione perché per me è un’ espropriazione dell’ io. Sono un’ entronauta. Credo in un Dio antropomorfo e in un Dio cosmico. Fondamentalmente credo nel pensiero vivente e nell’ intelligenza.
Quali riconoscimenti hai ricevuto e a quali progetti parteciperai prossimamente?
Ad ottobre 2016 ho ricevuto un premio artistico dal titolo: “Napoli, Arte e Rivoluzione”. Parteciperò prossimamente alla collettiva “Napoli, Expo’, Art, Polis”, in futuro spero di poter fare una mia personale di pittura.
Pittori preferiti?
Bacon, Dalì e pittori contemporanei napoletani come Francesca Strino…
Come ti definiresti come persona e come artista?
Come persona, disordinato, egocentrico, abitudinario, ma anche solidale e corretto. Rispetto i sacrifici di ognuno e sono compassionevole, nella buona accezione. Odio le mode, sono libero, gaudente, alla fine dei conti, non sono molto esigente. Come artista, lasciamolo dire agli altri…
Il mondo spesso delude, l’ arte non delude mai…In che modo possiamo apprendere l’arte?
Bisogna avere occhi particolari per guardare il mondo, diversamente non c’ è identità ma solo autodistruzione o edonismo.
Altre passioni di vita?
Il buon cibo, il vino, il cinema e soprattutto il teatro.
Ultimo libro letto?
“Lo spleen di Parigi” di Baudelaire.
Un tuo sogno fatto quadro?
Non c’è, davvero non esiste, perché al mio posto lavora l’inconscio…