“Quando appare una grande personalità, chiedetevi anzitutto dov’è il suo dolore” (Lèon Bloy). Il ticchettio di un orologio che è anche l’orologio del nostro cuore ci rimpasta alla vita di tutti i giorni. Un letto per svegliarci o alle volte per non dormire e rielaborare le nostre idee. Mentre il tempo passa veloce tra ritmi frenetici o andamenti lenti che servono per riflettere e vedere il cielo sopra la nostra testa. Ogni cosa ci invita ad essere qualcuno, la vita stessa ci chiama per lasciarci respirare la nostra essenza e per capire chi siamo e chi vorremmo essere. C’è chi lo intuisce subito e salta sul treno delle proprie passioni e, anche se il vagone può risultare solitario e non troppo comodo, si ferma, ci resta, perché è proprio lì che sente fluttuare la sua essenza, sente che potrà esprimersi in qualche modo. Si sente trasportato, incoraggiato e supportato da una forza che non pensava di avere, la forza della passione, appunto, che muove i suoi pensieri e il suo cuore, che sente anche nelle notte più buie. Grazie a questa passione riesce a dare un peso alle sue azioni, a conoscersi. Abbiamo incontrato un musicista d’eccezione, votato e consacrato alla musica da sempre. Giulio Riccelli ha quarantaquattro anni, ha origini napoletane e oggi vive a Londra. Si è diplomato al conservatorio di Napoli in chitarra e solfeggio e presso il prestigioso “Musician Institute” di Los Angeles. Ha all’attivo svariate collaborazioni come autore e turnista con artisti nazionali e internazionali. Attualmente è impegnato nel doppio ruolo di produttore e arrangiatore per una nota etichetta discografica mondiale. Ha militato sia in Italia che negli USA e in Inghilterra, in tantissime band, nei più svariati generi: dal rock, al pop, al metal, alla musica strumentale. D’altro canto, nella veste di compositore, il suo primo cd da solista prende il nome di “Electric Dreams”, il secondo è “Notenotte”, ed ora sta lavorando a “Minor Melodies”, cd che sarà accompagnato anche da un allegato libricino con i suoi pensieri notturni. Per descrive al meglio il personaggio Riccelli, viene incontro un passaggio del testo “Avere o essere?” di Erich Fromm: “La libertà umana è limitata dal nostro io, dai possessi e dalle opere; la libertà come condizione per la creatività comporta non avere legami che impediscono la propria autorealizzazione”. Nel corso dell’ intervista, più volte traspare la sua volontà di essere più che avere, e questo lo si percepisce in varie sfumature, è un po’ come dire di prediligere la sostanza più che la forma, di sfumare i nomi, riempiendoli a loro volta di contenuti. Giulio ama l’essenza più che l’ apparenza. Non ama i contorni, i sistemi, le impalcature ma l’essenza delle persone che lavorano ad un progetto nel quale credono. Voler incamminarsi nel mare aperto della musica, issare le vele, attraversare il vento, le tempeste emotive e voler essere sempre lì al solito posto a vedersi vivere dall’ interno di se stesso. In quel crogiuolo incandescente di passionalità dove nascono le canzoni, dove si scioglie la scrittura per solidificarsi in un testo, per assistere al miracolo delle parole che si accucciano tra le righe delle pagine, lì dove occorre soltanto svegliarle e dare loro un significato. Un senso che sia una meraviglia per i propri occhi ma anche per gli occhi di chi guarda e sente, percepisce la passione per la musica. La scrittura diventa parola viva che si incarna alla musica. Sì, perché si vive un’ altra vita quando si scrive. Giulio Riccelli è consapevole di dover stratificarsi, scavarsi a fondo per trovare quell’ acqua che disseti. Personalità riservata, riflessiva, introspettiva, dotato di grande sensibilità e talento artistico, Giulio trascorre intere notti a scrivere e comporre i suoi testi. Questo perchè la notte è un manto che avvolge i profili fino a confonderli, a sfumarli, dove non c’è nome, contorno, ma essenza pura tanto da non accorgersi di un altro giorno in arrivo. La scrittura gli pulsa dentro ed è istintivamente ipnotizzato, travolto, attaccato al muro delle sue visioni oniriche, surreali, dei suoi pensieri fluttuanti. Ispirato dalla malinconia, che è un sentimento costante delle sue melodie, che sono una mistura unica e originalissima di musica rock, pop, dark, e musica strumentale. Come produttore musicale, invece, trascorre intere giornate negli studi di registrazione. Giulio Riccelli è un musicista che si vive addosso, si vive al massimo, consapevole che per emozionare, bisogna emozionarsi. I testi dei suoi brani, dunque, hanno una vena nostalgica, malinconica, accompagnata da punte di romanticismo. Uno spleen alla Baudelaire ma non c’è tedio, noia, nostalgia o angoscia esasperata. Una nostalgia, la sua, che stringe in una morsa, in un sentire destabilizzante ma che restituisce dolcezza, quella pacatezza in più per vivere la stessa sofferenza, altro tema caro al musicista. Una sofferenza non fine a se stessa ma che aiuti a creare, un sentire profondo che si assorbe ma che non inghiotte, anzi, dal buio diventa luce per fare arte e sublimare le cose. Giulio Riccelli, nello scrivere e comporre, sembra amare le parole scelte. Semplice e naturale nell’ esposizione, si racconta con l’ entusiasmo di un bambino. Onda dopo onda, le parole sembrano incastonarsi e comporsi come in una canzone, con eleganza e con quell’ educazione al bello che soltanto l’arte e, in questo caso, la musica, può offrire ai suoi seguaci.
Quando hai capito che avresti vissuto di musica?
La mia è una famiglia di artisti, mio padre era un pianista, i miei fratelli chitarrista uno e pittore l’altro, e i miei zii sono musicisti… A otto anni strimpellavo con la chitarra, a quattordici anni ho iniziato ad esibirmi dal vivo attraverso manifestazioni canore. Penso che proprio verso questa età ho intuito che avrei vissuto di musica, magari per sempre. Sentivo già da allora delle corde vibrare e intuii che non si trattava di un capriccio ma di una volontà solida che mi stava accompagnando nella mia crescita emotiva e della quale non avrei potuto fare a meno…
Quando e perchè da Napoli sei sbarcato in Inghilterra?
Sono sbarcato in Inghilterra quattro anni fa: ho iniziato a lavorare per una nota etichetta musicale. Ho scelto l’ Inghilterra perché la mia musica si avvicinava molto alla musica inglese. Poi c’ è anche un altro motivo: all’ estero, essere musicisti è una vera e propria professione, come il medico o l’avvocato; in Italia può sembrare più facilmente una passione che resta lì ed è molto più difficile portare avanti.
Fino a che punto ti manca Napoli?
Quanto basta. Ogni volta che ho un po’ di tempo libero torno a Napoli. Mi mancano gli affetti ma mi manca anche l’Italia in generale.
Che cosa ti manca di più dell’Italia?
Mi manca la cultura letteraria italiana. Soprattutto nei testi.
Il tuo maggiore momento formativo in campo musicale?
Sicuramente si tratta della mia formazione al Musician Institute di Los Angeles. Negli anni ’90 ho anche avuto la possibilità di far parte di gruppi musicali prestigiosi. Ma devo dire che anche a Napoli si è sviluppato un altro aspetto della mia formazione musicale. Napoli ha una scena musicale viva e bella, poiché è un incrocio tra musica mediterranea e musica inglese. Evidentemente questo risale in particolar modo all’influenza inglese ed americana presso le nostre basi militari.
Prossimi progetti musicali?
Sto lavorando ad un cd che molto probabilmente intitolerò Minor melodies, avrà anche un libricino allegato… Poi sarò in tour con un artista inglese…
Perchè questo nome?
In linguaggio musicale la tonalità minore è quella che dà un senso di malinconia alla canzone, a differenza della tonalità maggiore che è più allegra. La mia musica dark ben si inserisce in questa vena di malinconia sognante, nelle ombre della notte…
Che cosa ti restituisce la notte?
Per me è il momento migliore della giornata. Durante la notte riesco ad interiorizzarmi per tirare fuori le mie melodie. Di notte sono avvolto dal silenzio, lontano dai rumori del giorno e riesco a comporre i testi delle mie canzoni. Quindi, per me, la notte è una preziosa alleata, amica, confidente. Di giorno, invece, essendo arrangiatore e produttore, trascorro molto tempo negli studi di registrazione e quindi ho bisogno di arrivare ad un punto di intimità con me stesso che avviene di notte, appunto.
Quali influenze ha subito la tua musica nell’ arco del tempo?
La mia musica è un insieme di musica italiana, americana e musica strumentale: subisce il peso di tutte queste influenze e, forse per questo, ha tratti di originalità e unicità.
Che cosa significa essere artisti oggi nel campo musicale?
Essere artisti oggi nel campo musicale significa essere persone coraggiose anche se dei sognatori. Vivono di musica quelle persone preparate e pronte a portare il peso dell’essere musicisti, ossia persone ricettive, osservatrici… Essere artisti significa anche subire periodi di depressione ma andare avanti ugualmente. Tutto ciò per il grado di sensibilità che appartiene ad ogni artista, quando si intuisce che bisogna assorbire di tutto e niente può scivolarti veramente addosso…
Quindi, chi è un musicista oggi?
Un musicista è una persona che ha affrontato determinati studi in determinati ambienti, lì dove sussiste professionalità e non improvvisazione.
Come ti definiresti prima come uomo e poi come artista?
Sono una persona taciturna, riservata, uno che non posta facilmente la sua vita privata sui social, uno a cui non piace apparire… Credo di essere una persona responsabile, coraggiosa, sincera. Sono nato in inverno quindi mi porto dietro una vena malinconica da sempre. Come musicista sono esigente, ma come persona cerco spesso di comprendere gli altri…
I sentimenti che ti raccontano?
L’amore, anche se è un sentimento contrastante. Serbo una certa nostalgia per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato… Non sopporto, di contro, l’ arrivismo e la falsità…
Pensi sia necessario soffrire per vivere meglio e per creare?
Bisogna vedere la sofferenza come un valore aggiunto, non bisogna soffrire e lasciare lì la sofferenza ma tramutarla in bene, in arte. Solo sublimando il dolore e non assorbendolo in maniera negativa, si può crescere e migliorare. Sì, credo che attraversare alcuni passaggi dolorosi dell’anima sia un modo per conoscere se stessi e il mondo che ci circonda.
Una frase d’ autore che ti appartiene e che ami particolarmente?
“Si vive come si sogna, perfettamente soli” di Joseph Conrad.